La realtà vista da una prospettiva differente

So quello che sono e sogno quello che non posso essere, ma non mi illudo di essere quello che sogno

sabato 19 luglio 2014

Uomo, dove sei?

"Sono stanco di questa vita! Ho toccato il punto più basso della vita di un uomo: vivere in strada accanto alla spazzatura. Il mio letto è un cartone. Il mio lenzuolo... tutto bucato. Sono sposato, ho due figlie. Mi mancano solo 254 km per tornare a casa. Ma dopo due anni di questa vita, mi sono svegliato solo da 20 giorni; da quando ho smesso di drogarmi. Voglio tornare a casa. Ho solo bisogno che un buon uomo mi compri il biglietto per andare a casa.
Ma dove ero? Come si può continuare così? Basta.
http://www.tribunadecianorte.com.br/
Quando sarò a casa farò una promessa con Dio, affiderò la mia vita a Gesù, perché non cada più in questa voragine. Voglio la mia famiglia.
Non so neanche se farmi schifo o pena. Guardami: sono sporco, fino a qualche giorno fa avevo i capelli inguardabili e non sarei riuscito a dire due parole sensate. Ma come sono potuto arrivare così in basso? Dove'ero finora? La mia anima soffre. Io ho anche un'anima". Jairo

Dio chiede ad Adamo: "Dove sei?". Ma Dio sa già dove si trova Adamo. La sua domanda è un invito ad un'analisi verso noi stessi, chiede a tutti noi, in ogni tempo: "Dove sei nel tuo mondo? Cosa hai fatto dei giorni e degli anni a te assegnati?".
Adamo si nasconde: non vuole render conto della propria vita, cerca un sotterfugio. Ma sfugge a se stesso. 
Sembra facile sopprimere la voce di Dio e della nostra coscienza. La Bibbia dice che la voce di Dio è "voce sottile di silenzio" o "voce di un silenzio simile a un soffio" (1 Re 19, 12). Storie di tribù africane raccontano come anche l'azione commessa nel più gran segreto, prima o poi viene fuori e che ad un assassino persino gli uccellini e gli alberi sembreranno accusarlo, dopo l'azione commessa.
Svegliarsi è il primo passo. Che sia dalla droga o dal torpore del consumismo. L'importante è non farlo troppo tardi. In due anni chissà quante volte la moglie, le figlie e i parenti avranno cercato Jairo. Quanto il suo cuore ne avrà sentito la mancanza, sotto la spessa coltre della droga, presenza estranea che lo ha strattonato sempre più giù. 
Martin Buber afferma che esiste una domanda demoniaca, che scimmiotta la domanda della verità. Essa non si ferma al "Dove sei?", ma prosegue: "Nessun cammino può farti uscire dal vicolo cieco in cui ti sei smarrito". E' la nostra lotta contro l'attaccamento ai dolori e alla sofferenza. 
Svegliamoci, la voce di Dio non si stanca di chiamarci.




mercoledì 2 luglio 2014

Fratello, dove sei?


Capita di conoscere alternative alle parabole classiche dei vangeli, in questo caso, quella del figlio “prodigo”. Il vangelo di Luca 15, 11-32 racconta la storia di un fratello minore che, chiesta al padre la propria parte di eredità, se ne va in un paese lontano e spende tutto in una vita dissoluta; poi, spinto dalla fame e dalla miseria (il vangelo non specifica se vi siano anche motivazioni affettive), torna dal padre per offrirsi come operaio. Il padre gli corre incontro quando lo vede da lontano e prepara una festa per il figlio ritrovato, causando l'invidia del maggiore. Il padre, allora, cerca di convincerlo a partecipare alla sua gioia: “Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. La parabola finisce così, senza rivelare se il figlio maggiore decide di partecipare alla festa o restare imbronciato o se i due fratelli si riparleranno mai.



Alberto è il fratello maggiore. E' in strada da una settimana, arrivato da San Paolo per cercare il fratello, José, dileguatosi da vent'anni. E' il suo terzo tentativo di rintracciarlo e, finalmente, sembra la volta buona. Un conoscente di San Paolo, venuto in vacanza a Salvador, ha detto di averlo avvistato nel centro storico, nelle vesti di un mendicante, così lui è partito sulle traccie di questa semplice voce.
Arrivato qui, ha trovato chi lo conoscesse, ma José non si trova più al centro storico. Dicono che stia usando qualche “sostanza” e che ora frequenti la Cidade Baixa. Alberto ha scelto di prolungare la permanenza, ma i soldi per dormire non ci sono, così passa le notti in strada, assieme ad altri cinque uomini con cui condivide una tettoia al Largo di Roma. Ogni giorno va in una zona della Cidade Baixa (espressione generica con cui sono indicati diversi quartieri di Salvador) e chiede informazioni del fratello.

Vent'anni: chissà quanto sarà cambiato, fuori e dentro! Ma ad un fratello vero non importa.

“Quando lo avrò trovato, chiamo i miei e mi faccio mandare i soldi per i nostri biglietti di ritorno”. Non ha dubbi che lo seguirà, che tornerà alla vita di prima, meccanico nell'officina di famiglia.

“E lui viene con me! Lavorerà nella nostra officina” indicando il compagno di strada che lo sta accompagnando tutti i giorni per le strade di Salvador. “Beh, io sono di Salvador, ma i miei sono morti, fratelli non ne ho, quindi... In realtà sono muratore, ma posso imparare”.

Cosa lo avrà spinto a partire? Forse Alberto lo saprà. O forse no.
Ma ciò che mi resta di questo incontro è l'accoglienza reciproca verso Alberto, praticamente accolto in casa dai compagni di strada, al riparo dalla pioggia e dai pericoli.
Oltre all'immensurabile amore di Alberto, al suo coraggio e sprezzo del pericolo e dell'ignoto. Forse anche un po' ingenuo, ma l'Amore è così concentrato sull'Amato da non pensare ad altro che al riabbraccio.



giovedì 22 maggio 2014

Suore in campo contro la schiavitù della prostituzione durante la Coppa

Interessante iniziativa di un gruppo di religiosi che cerca di far venire alla luce anche i retroscena del prossimo evento mondiale. 

Per quanto riguarda la realtà di Salvador, ricordo che la periferia della città, specialmente la zona denominata Subúrbio ferroviario è una delle aree maggiormente sfruttate dagli aguzzini che reclutano ragazzine principalmente di famiglie povere per imbarcarle in navi nella vicina "Morro de São Paulo". Attraverso il mare, infatti, i controlli di frontiera possono essere facilmente elusi. Non mancano iniziative locali ed internazioni volte a disincentivare questi crimini, ma, spesso l'appoggio dei "piani alti" riesce a farla franca. La fonte di tutto ciò sono testimoniante da me raccolte presso assistenti sociali e Ong internazionali presenti a Salvador.


dal sito: http://vaticaninsider.lastampa.it/

Prostituzione ai mondiali del Brasile, la rete dei religiosi contro la tratta


 
 
Una campagna contro lo sfruttamento della prostituzione
(©lapresse)
(©LAPRESSE) UNA CAMPAGNA CONTRO LO SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE

Presentata in Vaticano la campagna Talitha Kum. Coinvolti 79 paesi con oltre 800 religiosi di 240 congregazioni interessate. “Senza sensibilizzazione la festa diventa terribile vergogna”

IACOPO SCARAMUZZICITTÀ DEL VATICANO
“Dobbiamo rendere consapevoli le persone di quanto accade ai margini dei grandi eventi internazionali come i mondiali di calcio” perché “senza questa consapevolezza e senza agire insieme in favore della dignità umana, le finali della coppa del mondo possono risultare una terribile vergogna invece che una festa di per l'umanità”. E’ suor Carmen Sammut, presidente dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg), a spiegare le ragioni della campagna di Talitha Kum (rete internazionale della vita consacrata contro la tratta di persone) presentata oggi in Vaticano in vista del mondiale di calcio Brasile 2014 e intitolata  “Gioca per la vita, denuncia la tratta”. L’impegno di religiosi e religiose contro la “tratta” degli esseri umani, e in particolare la prostituzione, problematica ben nota a Papa Francesco, si scontra contro non poche difficoltà, non escluse alcune connivenze di alto livello, ma punta a rompere il silenzio attorno a questo tema con la grazie alla vasta rete che la vita consacrata ha in tutto il mondo.


La campagna “manifesta la sintonia della vita consacrata con il sentimento del nostro Santo Padre di fronte a questo crimine che egli stesso definisce una piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo”, ha detto il cardinale Joao Braz de Aviz, porporato brasiliano di Curia nonché prefetto della congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il dicastero vaticano responsabile dei religiosi di tutto il mondo. I religiosi e le religiose “si trovano in tutto il mondo impegnati nella loro missione in mezzo a tutte le forme di povertà e toccano con le loro mani, l'umiliazione, la sofferenza, il trattamento inumano e degradante inflitto a donne, uomini e bambini di questa schiavitù moderna”. La campagna, nata come “Religiose contro la tratta di persone”, nel 2009 si è trasformata in una “Rete Internazionale di Vita Consacrata Contro la Tratta di Persone” promossa da Uisg e Oim (Organizzazione internazionale per i migranti) e finanziata dal governo Usa (presente alla conferenza stampa moderata dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, anche Antoinette C. Hurtado dell’ambasciatrice statunitense presso la Santa Sede). Dopo cinque anni, ha detto da parte sua suor Estrella Castalone, coordinatrice di Talitha Kum, la campagna “comprende 24 reti che rappresentano 79 paesi con oltre 800 religiose/religiosi di 240 congregazioni coinvolti, tutti impegnati a fermare la tratta di persone”.


A fornire i dettagli della campagna è stata, nel corso della conferenza stampa, suor Gabriella Bottani, comboniana italiana che abita in Brasile e coordina oltre 250 religiosi della rete “Um Grito pela Vida”, membro di Talitha Kum. La campagna “promuove azioni preventive di presa di coscienza e formazione, sostiene le persone che denunciano la tratta, segue il reinserimento psico-sociale delle vittime e partecipa alla definizione di linee politiche e di progetti sociali”. Concretamente la campagna “utilizza media e social network per informare e sensibilizzare la popolazione sui possibili rischi e su come intervenire per denunciare eventuali casi” e sarà presente nelle 12 capitali brasiliane che accoglieranno le partite dei mondiali. Il materiale in lingua portoghese è disponibile nel blog della Rete 'Um Grito pela Vida' e tutte le azioni della campagna sono divulgate sulla pagina facebook “jogueafavordavida”.


Le persone trafficate in Brasile, ha precisato la religiosa comboniana, “sono per la maggior parte donne giovani, originarie di famiglie povere, con bassi livelli di studio. La finalità principale è lo sfruttamento sessuale”. Nel contesto latinoamericano e caraibico “il Brasile – ha spiegato – è un paese con un’alta percentuale di turismo a scopo sessuale e questo incide significativamente sul fenomeno dello sfruttamento della prostituzione soprattutto minorile e spesso apre le porte al traffico interno o internazionale”. La “mancanza di conoscenza della realtà della tratta di persone da parte della popolazione e la scarsa informazione veicolata dai mezzi di comunicazione – ha detto –  sono tra le principali cause che la rendono un fenomeno poco visibile, quasi impercettibile” e “nelle campagne pubblicitarie, le donne vengono prevalentemente presentate come oggetti di piacere sessuale e consumo, all’interno di un sistema socioeconomico centrato sulla logica esclusiva del mercato, dove il lucro è spesso al di sopra delle persone. Questo – la conclusione – favorisce l’azione di chi, offrendo false promesse di lavoro e di vita migliore, alimenta il ricco commercio di persone”.


L’esperienza del passato “ha messo in evidenza che i rischi della tratta per sfruttamento sessuale e del lavoro si incrementano in relazione ai grandi eventi, come è stato durante i mondiali in Germania e in Sudafrica, dove si è avuto rispettivamente un aumento del 30 e del 40%”. Dati certi, però, non ci sono: “Sappiamo che c'è un aumento dello sfruttamento della prostituzione, ma la tratta è un fenomeno su cui abbiamo poche informazioni, pochi dati e questo è una grande difficoltà.

venerdì 2 maggio 2014

Due disperati gridi di attenzione: Carla e Marina

dal blog gliocchiscuridelsamba.blogspot.com.br

La notte tranquilla per alcuni, non lo è per loro due. Due donne più o meno coetanee, sulla trentina. Una chiara di pelle, l'altra scura. Una di Salvador, l'altra di un altro stato del Nord-est brasiliano. Entrambe senzatetto, entrambe con dipendenza da alcool e droga.

Quando arrivo in comunità, Carla è già buttata per terra, sul marciapiede, delirante, come minimo ubriaca. Non c'è verso di calmarla. Nel suo dimenarsi contro un avversario invisibile impreca contro la polizia, dicendo di non voler essere arrestata, chiama la mamma, minaccia di morte, chiede di essere uccisa, ci domanda perché non l'ammazziamo subito, etc. Grida di dolore, si mescolano al pianto, diventando grida di disperazione, di rabbia contro il mondo ma, soprattutto verso sé stessa, sporca di urina e feci che, nel trambusto, ha fatto nei propri pantaloni. Sdraiata per terra, si contorce e rotola sul marciapiede, rischiando di finire in strada, dove le auto sfrecciano a 60-80 km/h sul rettilineo ampio a 4 corsie. Frenare la sua corsa verso la strada non è facile, ci prendiamo qualche pugno per farlo. Cerchiamo di calmarla, le prepariamo un giaciglio con del cartone ed una coperta dove calmarsi; senza risultati. La situazione si protrae finché un suo conoscente ci suggerisce di portarla nel luogo dove dorme abitualmente, una tettoia di fronte ad un magazzino a circa 400 m da lì. Ma non si convince ad andare. Non c'è un dialogo fra il suo mondo ed il nostro.
Tocca prenderla a forza, in quattro, tanto si dimena e vista la corporatura pesante, che ci costringe a riposarci due volte lungo il cammino. Ma, finalmente, arriviamo. La lasciamo lì, accanto al giaciglio di cartone e coperta.
Mi impressiona al pari di Carla l'indifferenza delle auto che sfrecciano accanto a noi, visto che la situazione è molto equivoca e potremmo essere scambiati per malintenzionati che portano una donna chissà dove: nessuno che si fermi, nessuno che ci domandi spiegazioni, nessuna coscienza che si interroga e si esterna in una parola rivoltaci o in uno sguardo stupito.

Marina invece è sobria, ma non mangia da ieri, quando si è ubriacata, quasi a stomaco vuoto, fino a perdere i sensi. La cachaça (acquavite a 40°) è la sua droga ed ammette di sentirne il bisogno. Ma più di questo ha fame. Ha sempre un volto triste, deluso, di chi si è fidata ed è stata tradita. Parla un po' con me, cosa faccio, da dove vengo. Lei non è di qui, le piace Salvador, anche se ultimamente si è stancata. Mi dice che non fa nulla da mattina a sera. Alla fine mi dice che le è venuta voglia di fare un figlio con me, che ancora non ha figli ed è venuto il momento. Così, senza sapermi spiegare il perché, continua con la sua proposta. Mi confida che si sente sola, ed infatti non l'ho mai vista accompagnata e la vita di strada, per una donna sola, è molto più difficile. Poi, per fortuna arriva la minestra e, subito dopo, Marina si sdraia e può, finalmente riposare, almeno per questa notte sobria e senza fame.

Due gridi di dolore disperati, verso tutti e nessuno. Due gridi pieni di dolore per occasioni sprecate, promesse non mantenute, anche verso sé stessi. Due vite nascoste, non riconosciute, ignorate. Le macchine sfrecciano accanto senza fermarsi. Una donna è buttata per terra, 5 uomini le stanno attorno, la portano a peso e nessuno si indegna, si interroga, si ferma. Così le loro occasioni sono sfrecciate loro accanto. Forse qualcuno si è fermato, ma poi è ripartito. E, loro, rimaste lì. Gli altri, la società “normale” tranquilli nel loro torpore quotidiano organizzato. Loro no, non ce la fanno a non reagire. Ma fanno male a loro stesse, non avendo altra scelta.
Finché la loro forza di volontà non reagirà, continueranno a restare nel fosso. Finché si rivolgeranno all'alcool e alla droga, continueranno a vedere le auto sfrecciare accanto e, loro, a piedi, buttate in qualche deprimente marciapiede di una metropoli.

“Non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo” (Lc 6, 44)

venerdì 18 aprile 2014

Noemi, madre senza figli

http://vigilanzaprivatagpg.wordpress.com/

Incontro Noemi durante un'uscita notturna realizzata con la comunità la notte del giovedì santo.
È sdraiata su una panchina di cemento, ai piedi della collina del Bomfim, famoso punto turistico meta di pellegrinaggio per migliaia di persone ogni anno.
Non dorme. Veglia. Sola. L'unica donna sola che abbiamo incotrato. Le donne di solito non stanno mai da sole; sarebbero facile preda di chiunque volesse abusare di loro, nelle deserte strade notturne della metropoli tropicale.
Lei no. Dice che è fuori dai cattivi giri della droga, dell'alcool e della delinquenza, grazie a Dio. E se qualche malintenzionato si avvicinasse, si metterebbe a gridare. E poco più in là, nella stessa piazza, qualcuno c'è, mezzo nascosto sotto gli alberi e a ridosso del muro.
È magra, scura, ma con occhi molto vivi e non smorti o "ipnotizzati" come chi usa sostanze stupefacenti.
Ha lasciato la casa a 15; da allora ha svolto ogni tipo di lavoro, sempre senza garanzie.
Ha una certa cura negli abiti. Accanto a se un grande sacco, probabilmente con vestiti e due discrete borse da signora.
Avrà fra i 30 e 40 anni, difficile stabilirlo con precisione.
Come la maggior parte delle persone che incontriamo, anche lei si confida e si apre con noi, senza timore, offrendoci le sue pene e i suoi progetti con semplicità.
Ma c'è un fatto che mi colpisce tremendamente: alla domanda se abbia dei figli risponde: 
"Sono incinta". 
Io: "Del primo figlio?" "No, Ne ho avuti altri tre. Ma sono tutti morti. Tutti su strade sbagliate della droga e della violenza".
Una frase buttata lì con una leggerezza raccapricciante. Non riesco più a dire nulla. 
Quali sentimenti dietro ad un simile esprimersi? Rassegnazione, noncuranza per evitare di soffrire, senso di colpa più o meno superato relegando l'avvenimento al passato remoto, fede inattaccabile, superficialità, freddezza...
Non lo so. Forse è l'unico modo per sopravvivere a 3 perdite di una parte di sé. Certamente è una sconfitta per tutti noi, che certamente non abbiamo dato nulla affinché un'alternativa si offrisse concretamente a Noemi. O forse non ha saputo cogliere le possibilità offerte da qualcuno...
So solo che mi ricorda tanto la samaritana di cui narra il Vangelo di Giovanni (Gv 4, 5-42): abbandonata 5 volte da 5 uomini, costretta ad attingere acqua nello ore più calde della giornata per vergogna, ma in attesa del Messia.
Cosa offre Gesù a questa donna? Una nuova prospettiva di vita: non essere più sfruttata dagli uomini, non più schiava dei sensi (i 5 uomini possono rappresentare i 5 sensi), attingere dall'acqua viva che farà più tornare la sete (che è Gesù stesso) e diventare così donatrice di vita per gli altri (acqua che zampilla per la vita eterna).
Beh, qualcuno potrebbe darci di più?








giovedì 3 aprile 2014

La libertà della strada: la storia di Martino

Da un colloquio con un fratello ferito. "Cristo ci ha liberati per la libertà!" (Gl, 1)  
Ma dobbiamo precisare di che libertà stiamo parlando. Ogni persona ha il proprio concetto di libertà, nei confronti di sé stessa e nei confronti degli altri; e non sempre vediamo gli altri con gli stessi occhi e metri di giudizio che applichiamo a noi stessi. Per pigrizia, per mancanza di obiettività, per vergogna.
Ho conosciuto poche persone veramente libere. Magari, molti lo sembrano. Ma quando ci parli... mica tanto.
Martino ha 56 anni, è arrivato in comunità da una settimana, "buttato qui", dice "dal centro recupero malattie psico-fisiche". 
Dai suoi occhi traspare tanta delusione, tristezza nei confronti della vita e "di non essere stato al passo con i tempi", dice lui, intendendo il non aver frequentato corsi professionalizzanti per poter avere, ora che non è più giovane, un lavoro vero ed una pensione in cui sperare.
La bottiglia di alcool puro, cachaça come si chiama qui, è stata la sua compagna inseparabile;  e così gelosa da ottenere che lasciasse casa e famiglia per lei. 
Non sa neanche dove stanno i suoi figli; che sappia, ha 2 nipoti che ha conosciuto, più altri 3 mai incontrati. Della moglie o compagna, manco parla.
Ma lei, la cachaça, lo ha tradito: lo ha preso quando era giovane, in salute, pieno di vitalità e lo la buttato in strada a 54 anni, con una salute e un aspetto da 65enne, senza un quattrino e, soprattutto, senza speranza e fiducia negli uomini per quante ne ha viste in strada.
Per fortuna, però, la droga, dice, non lo ha mai interessato: "Non so il perché. So solo che non ci ho mai pensato, neanche quando la usavano vicino a me. Ma per la cachaça...ah!, quanto mi sono umiliato a chiedere l'elemosina! E io ero uno di quelli che insisteva, eh!".
Cerca di avere pazienza, fratello mio.
"Ah, tranquillo! La pazienza non mi manca... adesso! Non recriminerà con Dio come ha fatto Giobbe alla fine, perché Dio mia ha dato tante possibilità nella vita. Io mi sono rovinato da solo. Ho sempre voluto fare di testa mia. Ma, a un certo punto della mia vita, quello che facevo non era il più il bene per la mia vita, ma il male. Come se volessi farmi del male. E, per strada, tutti ti tirano sempre più giù nel tunnel senza fine".

Coraggio fratello, cerca di vedere almeno in comunità che un po' di amore, in questo mondo, ancora c'è.

domenica 4 marzo 2012

LETTERA DEL FIGLIO DI UN PESCATORE IN GIRO PER IL MONDO

"Caro, dolcissimo papà,
ti scrivo seduto sul molo del porto di questa cittadina dell'Australia, chiamata Townsville. Sono ormai sette mesi e mezzo che mi trovo qui ed è arrivato il giorno del mio compleanno, un altro passato lontano dalla mia Bahia e da te. Sappi, per prima cosa, che sento molto la tua mancanza e spero che tu non dubiti mai del bene che ti voglio: se questa fase della vita mi ha portato così lontano da te, non rimprovero la sorte né tanto meno Dio, perché sono io ad aver fatto tale scelta; non prendertela nemmeno tu. Tuttavia, lo sappiamo entrambi, non è facile la strada che sto percorrendo e, a volte, vorrei tornare di corsa da te e dal calore del mio popolo. Fortunatamente il mare mi aiuta tanto, anche a sentirti vicino e ricordare i momenti passati insieme in balia della forza delle onde o della dolcezza del loro cullare. Adesso sto guardando l'orizzonte, come immagino che faccia pure tu, ogni giorno. Sai, tutt'oggi non riesco a rinunciare a pregare guardando il mare...
Comunque, ti scrivo per risponderti che ancora non me la sento di tornare nella mia terra (lo so che speri di leggerlo ogni volta che apri le mie lettere): ci sono tante cose che voglio capire prima di prendere una decisione definitiva; e sono certo che questo tempo mi stia facendo crescere parecchio. Parlo, cioè, della risposta a quesiti che, forse, tu non hai mai avuto bisogno di porti; in particolare, quale sia il mio posto nel mondo.
Mi hai sempre detto che il nostro mare non ci abbandona mai; ed allora io gli parlo spesso e so che, indipendentemente da quale parte del mondo gli rivolga la parola, lui mi ascolta e mi dice di seguirlo, senza mostrarmi né verso quale la meta, né per quanto tempo, né se giungerò mai in alcun posto. Se mi sono fermato in questa cittadina, è perché qui ho trovato un luogo accogliente, sia per la popolazione semplice, che per il clima mite e soleggiato (ci sono circa 330 giorni di sole l'anno!). E la pesca è facile da queste parti, cosicché se nessuno mi contratta per uscire in peschereccio e se non trovo qualche lavoretto al molo, o alla vicina osteria, pesco con la mia barchetta e vendo al mercato; e me la cavo abbastanza bene.
Ma certo, di notte, non c'è compagnia che cancelli la mia nostalgia e le mie domande senza risposta. Il mare culla, ma ti ricorda sempre della distanza tra te e lui, del tuo continuo bisogno di artifici e precauzioni per navigarlo; puoi, sì, avventurarti a nuoto nelle sue acque, ma guai ad abbassare la guardia o a voler percorrere una distanza troppo lunga: giustiziere freddo della tua insolenza, ti divorerebbe per la mancanza di rispetto e riverenza. Esso mi ha insegnato il senso del sacro, dell'irraggiungibile e della limitatezza umana, all'opposto della sua smisurata grandezza e potenza. E, allora, l'oceano non è più soltanto una presenza positiva e rassicurante, nonché la principale fonte di guadagno, ma la metafora della mia vita, delle mie aspettative e dei miei sogni di bambino.
Ti ricorderai sicuramente, mio caro papà, di quante volte ti chiedevo cosa ci fosse al di là del mare, di quell'orizzonte che non avevi mai attraversato, neanche col pensiero. D'altronde, non ce n'era ragione: avevi la tua famiglia, una moglie che amavi e ami con una dolcezza e un'intensità incredibili, quattro figli da crescere, in anni in cui molte più famiglie passavano la fame, nel nostro caro nordest e per la quale avevi deciso di trasferirti in città, dove il mercato del pesce era grande, ma le radici, ahimè, tutte da mettere. Ricordo le volte in cui ripetevi che il pescatore era il mestiere che avevo nel sangue e che tuttavia non mi avresti mai forzato a farlo per tutta la vita, se mi fossi trovato un'altra attività dignitosa, in grado di mantenere me e la mia futura famiglia. So anche – lo leggo tra le righe che mi hai scritto, quando mi domandi se la notte mi sento solo – che mi vorresti dire che adesso ho l'età per farmi una famiglia, che dovrei tornare e cercare nella nostra Bahia una ragazza seria, semplice e disponibile a vivere per tutta la vita al mio lato, che accompagni con la sua sensibilità femminile il mio carattere schietto e il mio sguardo già indurito dal sole, ma ancora capace di emozionarsi per un tramonto. So che la mia cara mamma ha saputo darti tutte quelle emozioni alle quali il mare, senza mezze misure, ti aveva già iniziato nella tua giovinezza. Ma il mare, caro papà, insegna soprattutto a saper aspettare ed osservare; per prendere la decisione giusta, verificare l'integrità dello scafo prima di andare a caccia di prede e saper leggere il cielo e gli altri elementi naturali, per non incappare in una tempesta.
Ebbene, sento che non è ancora giunto il momento di intraprendere la rotta del ritorno: prima, devo dare un senso ai miei giorni, trovare qualcosa che vada al di là della sopravvivenza e della curiosità per le città del mondo e per i suoi popoli; e pure del mare.
Mi hai insegnato a diventare presto un vero uomo, come lo intendi tu: saper badare a me stesso, imparare un mestiere e il significato delle parole dignità ed onestà. Ma tutto questo, da un po' di anni, non mi basta più.
Caro, dolce papà, probabilmente non ti piaceranno questi miei pensieri, che neanch'io ho ben chiari, ma preferisco non nasconderti niente, confidando nella tua comprensione ed accettazione.
Ricorda che ti porto sempre nel mio cuore e nella mia anima e che il Signore ti accompagni.
Tuo figlio Moisés”